Dopo le speculazioni su immigrati e comunità LGBT, ora è l’aborto farmacologico a finire nel mirino

C’è una sensazione che si ha spesso addosso, quando si è donna: essere invisibili alle istituzioni che dovrebbero tutelarci. Tutti i governi nazionali che si succedono sembrano incapaci di preoccuparsi di parità dei salari, di inclusione sociale e di femminicidi. Accade, però, che il cinismo della giunta di centro-destra della regione Umbria arrivi a restringere la libertà della donna anche in fatto di aborto. Nella regione, grazie al DGR 1417 del 4 dicembre 2018, era possibile usufruire dell’aborto farmacologico con degenza in day-hospital. Questa procedura vede l’utilizzo di un farmaco: la pillola RU 486 da assumere in ospedale entro la settima settimana di gravidanza. Si viene poi dimesse a fine giornata, dopo i controlli del caso.

Adesso è necessario un ricovero di addirittura tre giorni

Dal 10 giugno 2020 questo non è più possibile in Umbria, a causa di una delibera della giunta regionale. Infatti, ora, l’aborto farmacologico diventa possibile solo con un ricovero obbligatorio di tre giorni in struttura.

Per specificare, le regioni hanno il potere di scegliere sulle procedure sanitarie in questo campo dal 2009. L’obiettivo era quello di garantire dei percorsi ad hoc, basati sulle esigenze delle donne di ogni regione. Ciò che è accaduto in Umbria poche settimane fa, però, tradisce questi principi.

aborto farmacologico 2 - donna che prende una pillola
Foto di JESHOOTS.com da Pexels

La scelta sarà ancora più travagliata per ragazze in contesti familiari difficili

Un provvedimento di questa entità rischia di rendere la situazione impraticabile per un alto numero di donne. Basti pensare a come, moltissime strutture, siano spesso congestionate e non in grado di rispondere alla domanda di posti letto. Una situazione che si pensa peggiorerà ancora di più con le nuove norme contro il Covid-19 che prevedono una sanità rivoluzionata. In questo modo diventa impossibile per chi lavora, ad esempio, abortire senza dover chiedere dei giorni di permesso dal lavoro. Diviene obbligatorio dover mettere al corrente del fatto il proprio datore di lavoro o, ancora peggio, i propri genitori o coniugi. Passaggio che in certi contesti familiari potrebbe mettere una giovane ragazza in una situazione estremamente delicata. Ci sarà la paura di mettere a repentaglio la privacy propria e della propria famiglia, la paura per il lavoro e per le relazioni sociali.

Un modo per indurre a rinunciare dal primo momento ad una procedura prevista dalla legge italiana stessa. L’obiettivo è rendere questo percorso un vero e proprio calvario, un momento doloroso da non poter vivere con la serenità con cui dovrebbe essere vissuto. Una scelta privata, che coinvolge corpo e psiche di una donna e che dovrebbe riguardare solamente la diretta interessata viene data in pasto a soggetti capaci di crudeli speculazioni politiche.

Obiezione di coscienza, ulteriore e annoso ostacolo all’aborto farmacologico

Quelle che sono le esigenze delle donne vengono totalmente scavalcate e messe da parte. In più, il supporto che le istituzioni, politiche e mediche, dovrebbero garantire in questi casi è, molte volte, inesistente. Basti ricordare come, in tutta la penisola, ci sia una preponderante presenza di medici obiettori di coscienza, circa il 70 per cento. Il problema diventa chiaro quando ci si rende conto di come la medicina sia andata avanti di pari passo con società, psicologia, tecnologia e diritto. Un certo panorama politico, invece, rimane ancorato a lotte anacronistiche. Più per opportunismo, sembra, che per convinzioni ed ideali.

Una decisione incomprensibile, data percentuale di aborti senza complicanze: il 96,9%.

Non importa se gli stessi dati del Ministero della Salute indichino l’aborto farmacologico come una via percorribile e sicura. Ben il 96,9 per cento dei casi non registra complicanze. I paletti vengono posti ugualmente, usando la scusa di mettere in sicurezza le donne, come affermato dalla stessa governatrice Donatella Tesei. Prendere in considerazione la semplificazione del percorso, semplicemente non accade. La legge 194 esiste dal 1978, ma la sua esistenza non garantisce la sua corretta applicazione su tutto il territorio. Questa delibera regionale ne è l’esempio lampante.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *