La pandemia ha portato agli occhi di tutti una scoraggiante evidenza: in Italia, la parità di genere è un obiettivo che le istituzioni hanno scarsa intenzione di raggiungere. Una parità ancora molto lontana dall’essere raggiunta in un territorio dove le donne vengono spesso trattate come soggetti di capacità inferiori. La situazione, guardando i numeri dell’occupazione femminile, è inaccettabile: 101 mila occupati in meno per il mese di dicembre 2020, il 98% sono risultate essere donne. Dati spaventosi e allarmanti, che sottolineano come la situazione delle pari opportunità in Italia, nel mondo del lavoro, sia grave.

La metà della popolazione del paese è fragile, in difficoltà nel conciliare la vita professionale con quelle mansioni che la cultura patriarcale: cura dei figli, dei familiari anziani o malati, della casa. Una metà del paese non riesce ad accedere al mondo del lavoro in modo paritario agli uomini ed è costretta ad uscirne, spesso per una scelta non volontaria ma spinta dalle necessità descritte sopra. In questo modo si impedisce alla donna di raggiungere una vera e propria indipendenza economica e lavorativa o la si lascia in una situazione di forte disequilibrio, dove conciliare vita e lavoro diventa impossibile.

Una riflessione urgente sulle pari opportunità e sulla loro implementazione in Italia è d’obbligo. Riflettere su come la lotta alle discriminazioni stia procedendo serve a mettere le basi a nuovi azioni, a nuove proposte proattive volte a riposizionare al centro del dibattito pubblico la questione e un suo miglioramento.

parità di genere 2 - donna in riflessione
Foto di Engin Akyurt

Dal 1945 a oggi

Che cosa si intende per pari opportunità? Si tratta di un principio giuridico che punta all’azzeramento delle barriere per la partecipazione delle donne alla vita economica, politica, sociale e culturale di un paese. Contrastare ogni forma di discriminazione basata sul genere è la ragion d’essere delle pari opportunità e di tutte le iniziative che girano attorno a questo concetto. Un contrasto che, prendendo in considerazione proprio quei dati spaventosi sulle nuove disoccupate italiane, diventa più che mai impellente. 

Storicamente parlando, la parità di genere in Italia inizia ad acquisire importanza dal 1945. La partecipazione femminile al referendum per la scelta tra repubblica e monarchia, unita all’operato delle madri costituenti, costringe ad inserire nel dibattito pubblico concetti collegati alla partecipazione delle donne alla vita politica del paese. Il diritto di voto esteso a tutta la popolazione italiana, senza il discrimine del genere, e la neonata Costituzione aprono ad una nuova era di riflessioni e provvedimenti legislativi durata per tutta la seconda metà del Novecento, fino ad ora. È nel 1975, a cinque anni dalla legge sul divorzio, che si giunge alla parità di genere, legata al nuovo diritto familiare.

parità di genere 5 - ragazza allo specchio
Foto di Jessica Ticozzelli

Nel 1977 si arriva a parlare di parità di trattamento tra donne e uomini in materia di lavoro e in tutto ciò che riguarda le mansioni, l’accesso all’occupazione, la formazione, la qualifica e la carriera. Inoltre, la legge 903 del 9 dicembre 1977 introduce nel dibattito politico e pubblico un tema come quello del gender pay gap, affermando che, a parità di mansioni, uomo e donna devono ricevere la stessa retribuzione. Una legge che, ad ogni modo, non ha risolto il problema, anzi.

I dati sulla parità di genere in Italia sono incompleti

L’Italia non è nuova a rimproveri sul tema da parte dell’Unione Europea. La differenza di salario che intercorre tra lavoratore e lavoratrice, non viene monitorata come si dovrebbe. L’Ong University Women of Europe, nella sua collaborazione con il Comitato europeo per i diritti sociali, durante una ricerca sul campo del 2020 ha rimproverato l’Italia per la non accuratezza dei dati raccolti. Il Comitato e la Ong hanno accusato lo stato italiano di non prevedere delle statistiche accurate sul fenomeno e, di conseguenza, di non poter offrire dei chiarimenti dettagliati sui dati. Appare quindi difficile il monitoraggio del gender Pay gap, che porta le donne a non essere pagate in modo equo alle ore di lavoro e alle mansioni svolte.

Una situazione di forte svantaggio che alimenta ancora di più una fragilità economica e sociale dilagante. Donne retribuite poco e molto spesso ostacolate nel raggiungimento di posizioni di vertice e controllo all’interno di aziende e istituzioni.

parità di genere 3 - grafico su disparità di trattamento sul lavoro
Retribuzione oraria media

La parità di genere nelle istituzioni

Proprio per quanto concerne le istituzioni italiane, la situazione si fa ancora più paradossale. Sono numerosi, infatti, gli organi e organismi che si occupano di questo tema ma, nonostante le numerose diramazioni istituzionali, i miglioramenti sembrano non farsi vedere.

Quali sono gli enti addetti alla sorveglianza e alla promozione della parità di genere?

Il Dipartimento per le pari opportunità si lega alla Presidenza del consiglio dei ministri, in quanto guidato dalla Ministra senza portafoglio, Elena Bonetti, con delega per le politiche per la famiglia. I poteri in capo alla ministra sono soprattutto di indirizzo e coordinamento delle iniziative legislative sul tema. Interviene sulla questione anche il Comitato nazionale di parità, collegato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Un organo che punta a favorire l’occupazione femminile e la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel mondo del lavoro attraverso le Azioni Positive: uno strumento con lo scopo di intervenire in tutti quei frangenti che fungono da ostacolo all’uguaglianza tra uomini e donne nel campo professionale.

Il Comitato nazionale lavora di concerto anche con la Consigliera Nazionale Parità, una figura creata ad hoc per monitorare le situazioni di discriminazione sul luogo di lavoro. La particolarità di organi di questo tipo, almeno sulla carta, è quella di poter collaborare con un alto numero di enti e figure a rappresentanza del mondo femminile e dell’associazionismo, monitorando e intervenendo nei casi previsti, ovvero quelli dove si manifestano discriminazioni. 

parità di genere 4 - ragazzia dietro sbarre
Foto di Andrea Piacquadio

Molteplici attori ma effetti scarsi

Basti pensare che, il Ministero per le Pari Opportunità, è un ministero senza portafoglio con, a disposizione, meno risorse economiche e meno presenza nel dibattito politico. Certamente la trasversalità del tema lo rende trattabile anche nelle altre sedi ministeriali, ma ciò non toglie che l’esistenza di un ministero delle pari opportunità con delle risorse più corpose potrebbe aver un maggior potere di indirizzo e maggiore influenza. Nondimeno, manderebbe anche un chiaro segnale sulla possibilità che la politica italiana voglia attivarsi per garantire davvero le pari opportunità in ogni settore e porre il tema al centro del dibattito politico.

Il cortocircuito c’è e lo si nota nel momento in cui il principale attore politico della sinistra italiana, il Partito Democratico, non propone nessuna ministra, solo ministri. Lo si nota perché su 23 ministri del governo Draghi solo otto sono donne e la maggior parte, appunto, sono impiegate in ministeri senza portafoglio. Il gioco alla proposta dei ruolo da vicepresidente o sottosegretario non funziona. Suona da contentino e dimostra quanto poco impegno c’è all’interno delle istituzioni politiche nel garantire rappresentanza e parità ad ogni livello.

Non c’è una strategia collettiva

Il messaggio che arriva alle cittadine italiane è che non ci sia un vero e proprio interesse nel trovare soluzioni concrete o anche nell’informarsi sui problemi quotidiani che la carenza di garanzie e di rappresentanza portano. Certamente, la vita quotidiana non è fatta solamente di segnali e manifestazioni d’intenti, bensì di progetti da strutturare e sviluppare concretamente, ma quello che manca, anche dall’alto, è del vero spirito di iniziativa nel rendere centrali le pari opportunità.

Un paese, l’Italia, che si sta trasformando sempre di più in un campo di battaglia per ogni donna.

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