L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva previsto, già anni fa, che la depressione sarebbe diventata la malattia più diffusa al mondo, soprattutto tra i giovani. Innanzitutto, è importante sottolinearlo, la depressione è una grave malattia mentale, subdola e molto pericolosa tanto che in alcuni casi può condurre al suicidio e quindi alla morte, che niente ha a che vedere con la tristezza. La tristezza è un’emozione che tutti noi, naturalmente, proviamo nella vita a causa di eventi, situazioni o persone e questa non deve essere mai patologizzata, negata o repressa; solamente deve essere vissuta e dopo poco lascerà spazio ad un’altra emozione. La depressione, al contrario, non passa e chi ne soffre deve essere sostenuto con un’appropriata assistenza psicologica.

depressione 4 - donna in sovrappensiero
Foto di Cottonbro

Cosa vuol dire essere depressi?

La depressione, o come lo definì Eugenio Montale “mal di vivere”, come gli altri disturbi psichici ha sintomi precisi che perdurano nel tempo che, non solo non diminuiscono, bensì si aggravano con il passare delle settimane: sentimenti di disperazione, disturbi del sonno, sentimenti di autosvalutazione e colpa eccessivi, scarsa concentrazione, stanchezza, agitazione, pensieri suicidari. Chi è depresso presenta un profondo vuoto interiore, un senso di sé rabbioso e auto-svalutante accompagnato da una morale rigida ed esigente. Si innesca così un cortocircuito in cui la persona si imbriglia sempre più: più non riesce a raggiungere quegli standard ideali di perfezione che si è prefissato, più sprofonda in quel senso di autosvalutazione e rabbia contro di sé.

Da cosa deriva tanta rabbia e fragilità?

La depressione è causata, fondamentalmente, dalla convinzione di essere persone cattive. Quello che più spesso si riscontra nella stanza di analisi è il vissuto di perdite precoci mai elaborate e il conseguente sentimento di rifiuto trasformato, inconsciamente, nell’essersi meritato tale rifiuto a seguito delle proprie mancanze, delle proprie fragilità, dei propri difetti. Da qui la ricerca spasmodica della perfezione, per evitare l’ennesimo rifiuto, l’ennesimo abbandono.
Una personalità così fragile, inevitabilmente vivrà nella propria vita ogni separazione, ogni perdita come una riattivazione della perdita primaria, originaria, facendola sprofondare sempre più nel baratro depressivo alimentando la sensazione di essere una persona indegna di amore e da abbandonare.

depressione 5 - ragazzo seduto e triste
Foto di Cottonbro

Debellare i sensi di colpa

Tale circolo vizioso alimenta ciò che più contraddistingue le persone depresse: il senso di colpa. La frase “mi sento in colpa” la sentirete decine e decine di volte, in continuazione e questo perché il senso di colpa del depresso è alle volte incommensurabile e con una certa componente megalomaniaca: “mi succedono brutte cose perché me le merito” è un tema ricorrente nei pazienti depressi. Conseguentemente la loro autostima è estraneamente bassa e per questo risultano essere estremamente suscettibili alle critiche, tali da risultare, spesso, devastanti.

Quali sono i fattori di rischio?

Tutti i maggiori studiosi concordano nell’individuare tra i principali fattori di rischio quelli temperamentali, genetici e ambientali. Il principale fattore è la personalità dell’individuo, le cui peculiarità ci consentono di comprendere come quella persona interagisce con i fattori ambientali e sociali rendendolo più sensibile allo sviluppo di episodi depressivi in risposta ad eventi stressanti. La componente genetica, come in buona parte delle malattie mentali, incide parecchio: familiari di primo grado che soffrono di tale disturbo fanno crescere la possibilità di sviluppare il disturbo da due a quattro volte di più rispetto alla media. Infine, l’ambiente circostante e le esperienze infantili avverse, costituiscono un importante fattore di rischio. Eventi stressanti sono stati riconosciuti come fattori precipitanti gli episodi depressivi.

depressione 2 - bambino triste
Foto di Anna Shvets

I genitori e l’infanzia

La depressione di un genitore nei primi anni di vita del bambino la renderà incapace di qualunque tipo di cura. I bambini possono sentirsi in colpa anche quando fanno normali richieste e, tanto più è maggiore la loro dipendenza da una persona profondamente depressa, maggiore sarà la loro deprivazione emotiva. Ci poi famiglie in cui ogni forma di attenzione verso sé sia egoismo o segno di debolezza. Far sentire il bambino in colpa e invitarlo a smetterla di lamentarsi, instilla il bisogno di nascondere le proprie parti più vulnerabili e l’odio verso quelle parti di sé ritenute non inadeguate. La combinazione di abbandono e l’atteggiamento critico da parte del genitore finirà con ogni probabilità con il produrre dinamiche depressive.

Depressione e suicidio

Non si può generalizzare dando una spiegazione univoca a tale scelta, ma si può sicuramente affermare che spesso dietro un comportamento suicida si cela la perdita di un oggetto d’amore, da cui erano dipendenti. Il suicidio può essere un desiderio di riunione con una perduta figura. Quando l’autostima e l’integrità del Sé dipendevano da qualcuno che non c’è più, il suicidio può apparire come l’unica via per ristabilire la coesione di Sé. Anche la disperazione, come fattore di rischio, può essere associata al rigido mantenimento di un’immagine di sé che non può essere modificata causando reiterate delusioni. Se tale individuo non soddisfa le sue rigide aspettative, può essere indotto a vedere il suicidio come unica via d’uscita.

depressione 3 - coppia triste di spalle
Foto di Alex Green

La depressione ai tempi del Covid

Alla luce di quanto esposto, non stupisce che la depressione sia una delle malattie maggiormente esplose durante questo anno di pandemia. Tralasciando i sentimenti di tristezza e solitudine che, più o meno tutti abbiamo provato, pensiamo a chi di suo vive il dolore della depressione. La solitudine, la distanza fisica e sociale solo in parte possono essere vissute come effetti collaterali di una crisi senza precedenti e solo razionalmente possono essere comprese. Per lo più possono prevalere i sentimenti di abbandono e quella sensazione di vuoto che ti trascina in fondo, sensazioni che hanno origini più profonde e antiche. Ecco perché la pandemia e tutto ciò che abbiamo vissuto in questi mesi hanno fatto esplodere, in molti, sintomi depressivi.

Cosa fare e cosa non fare con una persona che soffre di depressione

Soffrire di depressione è molto più che essere tristi e abbattuti. È una vera e propria condizione patologica che deve essere curata da professionisti: uno psicoterapeuta che, talvolta, può consigliare uno psichiatra per un supporto farmacologico. Intanto è importante stare vicino a chi sta male e fare in modo di convincerlo a chiedere aiuto. Un errore che molti fanno è “sminuire” il malessere con affermazioni come “Perché ti lamenti? C’è chi sta peggio di te” o “Guardati attorno ti accorgerai che non ti manca nulla”. Queste frasi, seppur dette con tutto l’amore del mondo, avranno l’effetto di una pugnalata e andranno ad alimentare quel senso di colpa che logora il soggetto depresso.

Clemenza e compagnia fisica possono essere fondamentali

Non è facile stare vicino ad una persona tanto sofferente. Per questo è importante indirizzarla verso un professionista. Nel frattempo si deve provare a star loro vicino fisicamente con un atteggiamento di comprensione, anche in silenzio: questo può essere, in molti casi, vitale.

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

(Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925.)

BIBLIOGRAFIA

APA (2013), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore, Milano 2014

Gabbard, G. O. (1992), Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore, Milano 2007

McWilliams, N. (1994), La diagnosi psicoanalitica. Struttura della personalità e processo clinico. Astrolabio, Roma 1999

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Laureata in Psicologia clinica nel 2011 c/o L' Università degli Studi di Palermo con una tesi su “Dipendenza affettiva e relazioni patologiche nelle personalità narcisistiche e borderline”. Iscritta all’albo degli Psicologi della Regione Sicilia nel 2012 Specializzazione in Psicoterapia individuale e di gruppo ad orientamento analitico c/o IIPG (Istituto Italiano Psicoanalisi di Gruppo) di Palermo nel 2018 dopo un tirocinio professionalizzante c/o Centro Antiviolenza “Le Onde - Onlus” di Palermo in cui ha svolto psicoterapie individuali e di gruppo con donne vittime di violenza. Dopo qualche anno di lavoro con giovani migranti c/o alcuni CPA della Sicilia, oggi si occupa, prevalentemente, di adulti e giovani adulti e specialmente di donne che hanno subito violenza. Inoltre dal 2013 lavora, per il Comune di Palermo, nelle scuole della Città come "Assistente all'autonomia per alunni disabili".